Chimico
La storia dell’industria chimica italiana tra l’Unità e il Miracolo economico si articola in quattro fasi principali: gli albori nel XIX secolo, la Prima guerra mondiale, il periodo fascista e autarchico, e infine la transizione dalla carbochimica alla petrolchimica negli anni Cinquanta. Piemonte e Lombardia furono le regioni pioniere, con figure come Schiapparelli, Sclopis, Serono, Biffi, Candiani, Zambeletti e Carlo Erba. Queste iniziative, pur innovative, si confrontavano con un contesto internazionale dominato da grandi imprese tedesche, dotate di economie di scala e forti investimenti in ricerca.
L’Italia scontava numerosi limiti strutturali: mancanza di carbone, tassazione elevata su materie prime strategiche, arretratezza della ricerca applicata, scarsa collaborazione tra università e industria, costi di trasporto elevati e debole protezione doganale. Inoltre, la domanda interna era limitata da bassi redditi e da un’industria manifatturiera poco sviluppata. In questo contesto, il comparto dei fertilizzanti chimici fu il primo a raggiungere una certa dimensione industriale.
La Prima guerra mondiale rappresentò un punto di svolta: ridusse la concorrenza tedesca e stimolò la produzione di esplosivi, coloranti artificiali e prodotti chimici intermedi. Questo favorì l’ingresso nel settore di nuove imprese e suscitò l’interesse della ricerca e dell’intervento pubblico. Negli anni Venti e Trenta la chimica italiana si sviluppò soprattutto nei settori delle fibre tessili artificiali e dei concimi azotati, grazie a imprese come Snia Viscosa e Montecatini. Quest’ultima, originariamente attiva nel settore minerario, divenne il principale player chimico italiano, diversificando le proprie attività e resistendo alla crisi del 1929 attraverso acquisizioni e joint venture.
Il periodo autarchico fascista, pur con limitata competitività internazionale, favorì la ricerca applicata e l’adozione di tecnologie avanzate. Le imprese crearono laboratori scientifici e si dedicarono allo sviluppo di materiali artificiali, oli minerali e farmaci sintetici. Questo processo di innovazione pose le basi per il successo italiano nel secondo dopoguerra, in particolare nella petrolchimica e nelle materie plastiche. Il protezionismo autarchico e il forte intervento pubblico permisero un’accumulazione di capitale e conoscenze che si rivelò utile al boom successivo alla Seconda guerra mondiale. Negli anni Venti e Trenta la chimica divenne un settore dinamico, contribuendo all’industrializzazione del Paese. Le imprese si consolidarono attraverso fusioni e acquisizioni, operando in diversi comparti, anche se spesso con dimensioni inferiori agli standard internazionali. Montecatini rappresentava l’eccezione, con una presenza in numerosi ambiti: prodotti chimici per agricoltura e industria, metalli, combustibili, lubrificanti, esplosivi, coloranti e farmaci. In breve, divenne paragonabile ai grandi complessi chimici tedeschi e britannici, confermandosi come il fulcro dell’industria chimica italiana.
Durante la Seconda guerra mondiale l’industria chimica italiana non subì danni gravi e riuscì a recuperare rapidamente i livelli produttivi prebellici. A differenza della Prima guerra mondiale, il conflitto non ebbe un impatto trasformativo, ma nel frattempo il settore si era consolidato, raggiungendo posizioni di rilievo mondiale nei fertilizzanti e nella chimica inorganica, con progressi anche nella chimica organica, nei coloranti, nelle fibre artificiali e nella farmaceutica.
La vera svolta del dopoguerra fu l’affermazione della petrolchimica, orientata alla produzione di fibre sintetiche, materie plastiche ed elastomeri, con gli Stati Uniti come nuovo modello di riferimento. Diverse multinazionali estere erano già attive in Italia e altre si aggiunsero nonostante le limitazioni del mercato interno.
Montecatini mantenne la leadership nazionale, seguita da Snia Viscosa, Châtillon, Rumianca, Carlo Erba e Caffaro. Tuttavia, già negli anni Sessanta emersero criticità legate alla cultura imprenditoriale e alla mancanza di coordinamento interno. Le crisi petrolifere degli anni Settanta accentuarono queste debolezze, segnando il declino della petrolchimica italiana e compromettendo una componente strategica dell’industria nazionale. Tutto questo non si tradusse nella fine dell’intero settore. La chimica italiana seppe infatti consolidarsi in alcuni comparti di nicchia (in particolare della chimica fine), nei quali può vantare ancora oggi una leadership riconosciuta a livello internazionale.





